Quando la stessa società allena i cavalli dei clienti e corre con i propri, chi tutela il proprietario?

Purosangue Leggendari – Editoriale

C’è una domanda che il galoppo italiano dovrebbe avere il coraggio di porsi. Una domanda semplice, quasi banale, e proprio per questo particolarmente scomoda.

Può un allenatore essere contemporaneamente il professionista di fiducia di un proprietario e il suo concorrente diretto?

La risposta, nell’attuale organizzazione dell’ippica italiana, è sì.

Le società di allenamento, sempre più diffuse nel nostro Paese, rappresentano una forma organizzativa espressamente prevista dalla regolamentazione ippica.

L’articolo 28-bis del Regolamento delle corse al galoppo disciplina queste società e contempla la possibilità che esse esercitino anche attività di scuderia, alle condizioni previste dalla normativa.

Fin qui, nulla da eccepire sotto il profilo della legittimità regolamentare.

Ma la legittimità di una disposizione non coincide necessariamente con la sua opportunità.

Il proprietario paga. L’allenatore allena.

Immaginiamo una società di allenamento che abbia nelle proprie scuderie cinquanta cavalli.

Quaranta appartengono a proprietari che pagano regolarmente le pensioni, le spese veterinarie, la ferratura, i trasporti e tutte le altre voci necessarie per mantenere un cavallo da corsa.

Dieci appartengono invece alla stessa società di allenamento.

Un giorno, due di questi cavalli vengono iscritti alla medesima corsa.

Uno appartiene a un cliente.

L’altro appartiene alla società che allena entrambi.

Chi deve vincere?

Naturalmente, il migliore. Questo dovrebbe essere il principio fondamentale di ogni competizione sportiva.

Ma la questione non riguarda chi vincerà.

Riguarda chi conosce le condizioni dei cavalli, chi ne decide la preparazione, chi ne programma gli impegni e chi dispone delle informazioni tecniche che il proprietario, inevitabilmente, non possiede nella stessa misura.

E riguarda soprattutto un fatto: uno dei due cavalli rappresenta anche un interesse economico diretto dell’organizzazione che prepara entrambi.

Non stiamo affermando che qualcuno favorisca il proprio cavallo.

Stiamo osservando che esiste una situazione potenziale di conflitto d’interessi che meriterebbe una disciplina specifica e trasparente.

Il silenzio del regolamento

Il Regolamento del galoppo contempla la possibilità di autorizzare una società sia all’allenamento sia all’attività di scuderia.

Ma il punto fondamentale non è ciò che il regolamento permette.

È ciò che non disciplina espressamente.

Dove sono le garanzie specifiche per il proprietario quando il suo cavallo affronta quello della società che lo allena?

Quali obblighi di comunicazione preventiva sono previsti?

Quali strumenti assicurano la trasparenza delle decisioni tecniche quando gli interessi economici possono divergere?

E chi verifica queste situazioni?

Non è sufficiente rispondere che tutti i cavalli devono correre per vincere. Questo è un principio sportivo generale, non una disciplina organica del conflitto d’interessi.

Gli obblighi di correttezza e buona fede previsti dal Codice civile continuano naturalmente a valere.

Ma un settore professionale dovrebbe avere regole specifiche capaci di prevenire le situazioni problematiche, non soltanto strumenti per affrontarne le conseguenze.

Il vero patrimonio del galoppo

Il galoppo non vive soltanto di allenatori, fantini, ippodromi e organismi amministrativi.

Vive anche, e soprattutto, dei proprietari.

Di persone che investono denaro, passione, aspettative e tempo in un’attività nella quale il ritorno economico è tutt’altro che garantito.

Il proprietario accetta il rischio sportivo.

Accetta che il proprio cavallo possa essere battuto da uno più forte.

Accetta gli infortuni, le delusioni, le giornate storte.

Ma dovrebbe poter contare su una certezza: che il professionista al quale affida il cavallo operi con la massima trasparenza anche quando possiede interessi economici concorrenti.

Questa certezza non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla correttezza individuale.

Dovrebbe essere sostenuta da regole verificabili.

Non è una questione di persone

Sarebbe troppo facile trasformare questa riflessione in un’accusa contro gli allenatori.

Non è questo il nostro obiettivo.

Esistono professionisti seri, competenti e corretti, e nessuna forma societaria costituisce di per sé un indizio di comportamento irregolare.

La questione è istituzionale.

Un buon regolamento non deve essere scritto soltanto per le persone corrette.

Deve essere costruito per tutelare tutti, prevenire i conflitti e rendere riconoscibili le responsabilità.

E quando una disciplina consente la concentrazione di ruoli potenzialmente contrapposti, dovrebbe prevedere garanzie proporzionate.

Una domanda al Ministero

Non chiediamo di vietare le società di allenamento.

Non chiediamo di impedire agli allenatori di possedere cavalli.

Chiediamo qualcosa di molto più semplice.

Perché non prevedere una disciplina esplicita del conflitto d’interessi tra società di allenamento, allenatori e proprietari dei cavalli affidati alla loro gestione?

Perché non stabilire obblighi di trasparenza e comunicazione quando cavalli appartenenti alla società competono contro quelli dei clienti?

Perché non riconoscere formalmente il diritto del proprietario a conoscere e valutare queste situazioni?

Sono domande alle quali si può rispondere con norme chiare, senza criminalizzare nessuno.

Il galoppo italiano deve finire?

È una provocazione, naturalmente.

Ma le provocazioni, quando nascono da problemi concreti, possono diventare occasioni di riflessione.

Il galoppo italiano non ha bisogno di perdere altri proprietari, altra credibilità e altra fiducia.

Ha bisogno di regole capaci di dimostrare che la competizione viene prima degli interessi particolari.

Perché il problema non è soltanto sapere se un cavallo abbia corso per vincere.

Il problema è garantire che ogni proprietario possa avere fiducia nel sistema prima ancora che il suo cavallo entri in pista.

E questa non dovrebbe essere una richiesta rivoluzionaria.

Dovrebbe essere la normalità.


Purosangue Leggendari

La tutela del proprietario non è un favore. È una condizione essenziale per il futuro del galoppo.


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