
Da quel cavallo “inventato” un anno fa al 61/62 del pedigree: il secondo Arc racconta molto più di una vittoria
di Marco Monaco
Ci sono vittorie che si commentano. E ce ne sono altre che, quando arrivano, sembrano chiudere un cerchio. Quella di Daryz nel Prix de l’Arc de Triomphe 2026 appartiene alla seconda categoria.
Perché Daryz non ha semplicemente vinto l’Arc. Lo ha vinto per la seconda volta consecutiva, entrando in un territorio che per un maschio era rimasto proibito per quasi mezzo secolo: l’ultimo a riuscirci era stato Alleged, nel 1977 e nel 1978.
E mentre guardavo Mickaël Barzalona passare il traguardo con quella giubba verde e rossa dell’Aga Khan, mi è tornata in mente una frase pronunciata molto prima che tutto questo accadesse:
«Daryz l’ho inventato l’anno scorso.»
Naturalmente non significa averlo allevato, allenato o scoperto prima degli altri. Significa una cosa molto più semplice per chi passa la vita a guardare i cavalli: averlo visto. E soprattutto aver detto, subito dopo il primo Arc, che quello non sarebbe stato necessariamente il punto d’arrivo.
L’idea era un’altra: Daryz tornerà per vincere il secondo.
Oggi sappiamo com’è andata.
Il dubbio prima dell’Arc
La cosa più bella, però, è che questa storia non è stata lineare. Alla vigilia non ero affatto tranquillo. Avevo visto la sua preparazione e avevo detto chiaramente:
«Daryz non mi è piaciuto. È andato troppo piano a tre cilindri.»
Era il Prix Foy. Aveva vinto, ma quella corsa aveva lasciato un ragionevole dubbio dopo un inizio di stagione strbiliante. Le note positive però erano molte, Daryz arrivava comunque all’Arc da campione uscente, con Barzalona in sella, la fiducia smodata di Francis-Henri Graffard e una favorevole gabbia 5.
A complicare però la situazione erano gli avversari. Avevo negli occhi Varandir che mi aveva convinto. Avevo negli occhi Kalpana che mi aveva convinto. E poi c’era Maltese Cross, con il Numero 14. E il 14, per me, non è mai un numero come gli altri, i giapponesi nascosti, la seconda dell’anno precedente…insomma altri 15 fenomeni pronti a fare lo sgambetto al Re.
Ma la scommessa del vincente ti impone una sola scelta ed allora quella scelta non poteva che ricadere su un cavallo già leggendario…che avrebbe corso per entrare nell’eternità del galoppo mondiale.
E siccome sono un romantico…i sogni diventano realtà!
Poi corrono i cavalli
Ed eccoci a Longchamp. Sedici partenti. 2.400 metri. Cinque milioni di euro di dotazione. Daryz favorito a 13/8. Terreno good to soft.
Si aprono le gabbie. E da quel momento tutti i discorsi della vigilia valgono quello che devono valere. Perché poi corrono i cavalli, e la pista resta sovrana.
È una frase che dovrebbe stare sopra ogni modello statistico, sopra ogni pedigree e sopra ogni previsione.
Daryz questa volta non lascia spazio alle interpretazioni. Barzalona aspetta. Il cavallo viaggia. Quando arriva il momento di chiedergli lo sforzo vero, Daryz cambia marcia e va a prendersi il suo secondo Arc. Dietro di lui arriva Bay City Roller, staccato di una lunghezza e un quarto; terza Diamond Necklace, poi Friendly Soul e Kalpana. Maltese Cross è sesto e Varandir settimo. Il cronometro si ferma a 2’27″11.
Ma l’ordine d’arrivo racconta solo una parte della storia, perché Daryz, oggi, ha attraversato una frontiera.
61 su 62
Ed è qui che questa vittoria incontra un altro racconto.
Il nostro. Mentre Daryz preparava il suo secondo Arc, noi stiamo costruendo tutt’altro: il VPM (che non è altro che un programma di valutazione del pedigree del purosangue inglese).
Cavallo dopo cavallo. Pedigree dopo pedigree. Cinque generazioni. 62 posizioni genealogiche. Abbiamo cominciato a contare gli antenati diversi, a separare le ripetizioni dalla varietà, a costruire le classi: 51, 52, 53… fino a 61 e alla frontiera estrema, 62 su 62. E Daryz si presenta con un dato che, dentro questo lavoro, assume un significato straordinariamente suggestivo:
61 antenati diversi su 62 posizioni. Una sola ripetizione (Northern dancer) e questo non significa che Daryz abbia vinto l’Arc perché possiede un pedigree 61/62. Sarebbe esattamente l’errore che abbiamo cercato di evitare costruendo il VPM. Il modello non deve inventare causalità dove esiste soltanto un dato. Ma quel dato esiste. E adesso diventa impossibile non guardarlo. 61/62.
Un pedigree quasi completamente aperto nelle cinque generazioni che abbiamo deciso di osservare.
E davanti a noi, sul prato di Longchamp, il cavallo che porta quella struttura genealogica ha appena vinto per la seconda volta consecutiva la corsa che consideriamo il vertice della selezione europea.
Non è una dimostrazione. È un’osservazione. Ed è precisamente da osservazioni come questa che nasce una ricerca.
Prima il cavallo, poi il modello
Questa forse è la parte della storia che mi affascina di più. Il VPM non è nato per trovare Daryz.
Daryz c’era prima. Prima c’è stata l’impressione del cavallo. Poi la prima vittoria nell’Arc. Poi l’idea, quasi immediata, che potesse tornare dodici mesi dopo per cercare qualcosa di immensamente più difficile. Nel frattempo abbiamo cominciato a smontare migliaia di pedigree, posizione per posizione.
Abbiamo scoperto quanto fossero differenti tra loro. Abbiamo visto pedigree chiusi, pedigree con numerose ripetizioni e pedigree quasi completamente aperti. E soltanto dopo siamo arrivati a quel numero:
DARYZ — 61/62
Questo, metodologicamente, vale moltissimo. Perché non abbiamo costruito una formula per dimostrare che un cavallo che ci piaceva fosse speciale. Abbiamo costruito un archivio. E poi abbiamo guardato dove cadeva quel cavallo nell’archivio. È tutta un’altra cosa.
Dal 2025 al 2026
Nel 2025 Daryz aveva tre anni. Vinse l’Arc a 12/1, davanti a Minnie Hauk e Sosie. Avrebbe potuto bastare. Un Arc basta per trasformare la carriera di qualunque purosangue. Invece è tornato. Ed è proprio questo che rende il secondo successo più importante del primo. A tre anni aveva il vantaggio ponderale. A quattro anni doveva presentarsi da campione, portando il peso del favorito e quello della storia. Nel 2026 Daryz ha corso con 59,5 kg, contro i 56,5 dei maschi di tre anni come Maltese Cross e Varandir. Tre chili che nell’Arc non sono un dettaglio.
Eppure il risultato è stato ancora quello.
Primo.
Alleged, poi Daryz
Bisogna tornare al 1978 per trovare l’ultimo maschio capace di questa impresa.
Alleged.
In mezzo ci sono quasi cinquant’anni di allevamento mondiale, stalloni, fattrici, campioni, cambiamenti nella preparazione, nella selezione e nella commercializzazione del purosangue.
Alcune femmine sono riuscite a ripetersi — la memoria corre inevitabilmente a a Treve ed Enable ma nessun maschio aveva più completato la doppietta consecutiva dopo Alleged. Ora nell’elenco c’è un altro nome.
Daryz.
E forse soltanto con il passare degli anni capiremo completamente quanto pesi ciò che abbiamo visto oggi.
Il fotogramma
Poi rimane questa immagine. Barzalona abbassato sul collo. Il verde dell’Aga Khan. Daryz davanti.
Dietro, gli altri.
Il palo dell’Arc sulla sinistra. Ci sono migliaia di numeri dietro quel fotogramma. Prestazioni, distanze, pesi, generazioni, antenati, famiglie materne, ripetizioni genealogiche. Noi continueremo a contarli.
Continueremo con il VPM.
Continueremo con i 62 antenati, con le Grandi Madri, con i Leggendari, con i capirazza e con quella rete immensa che stiamo cercando di ricostruire. Ma ogni tanto bisogna ricordarsi perché facciamo tutto questo. Per arrivare a un’immagine come questa.
Un cavallo che corre. Un uomo che lo accompagna. Un palo che si avvicina.
E tutto quello che abbiamo studiato che, per due minuti e ventisette secondi, deve tacere.
Poi il cavallo passa il traguardo. E soltanto allora possiamo tornare ai nostri numeri.
Oggi ce ne bastano due:
2 ARC.
61/62.
Il primo appartiene ormai alla storia del galoppo.
Il secondo è una piccola annotazione del nostro archivio.
Almeno per ora.

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